martedì 16 aprile 2013

Verso la IV domenica di Pasqua (martedì 16 aprile)

MARTEDI’ 16 aprile

Trova il momento e il luogo giusto per MEDITARE sulla II lettura. Inizia e concludi con le preghiere che trovi a p.2

Seconda lettura: Apocalisse 7,9.14-17
Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
 L'Apocalisse trasferisce il lettore sempre in un mondo ideale, quello della risurrezione, di cui tutto si può dire, ma di nulla si può esser certi, salvo la sua realtà. L'uomo passa la sua prima esistenza in una realtà opaca, piena di contrasti e di contraddizioni e sogna che l'era futura sia il suo contrario, luminosa, pacifica, accattivante. Un mondo sempre da desiderare oltre che attendere, in cui le ingiustizie e le sofferenze di quaggiù, la stessa morte scompariranno per sempre.  La fede è una visione ottimistica del futuro, la proiezione verso una vita senza fine dove non un piccolo numero ma una moltitudine sterminata e plurirazziale entrerà a far parte. Quella di Ap 7 è una scena consolante ed esaltante.  La vita terrena è una grande tribolazione in particolare per i credenti.
Essi spesso soccombono sotto il peso dei tiranni, ma la loro fine segna l'inizio di una vita nuova. Sono caduti sotto i ferri degli aguzzini, ma si sono rialzati, indossano tuniche bianche che simboleggiano la luce da cui sono avvolti e nelle loro mani stringono la palma della vittoria. Erano degli sconfitti, ora sono dei vincitori! La vita del cielo è per l'ebreo l'idealizzazione della sua esperienza religiosa sulla terra. Gerusalemme e il suo tempio sono trasferiti negli al di là e lo stesso rituale liturgico si ritrova davanti al trono di Dio e l'Agnello. L'Agnello è il simbolo di Gesù Cristo morto e risorto; infatti anch'egli è «come immolato» e «in piedi» (5,6), per questo «è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore e gloria e benedizione» (5,12). E quanto la moltitudine dei martiri gli tributa in segno di riconoscenza. «La salvezza appartiene al nostro Dio e all'Agnello» (7,10). Ma la gioia nasce dal fatto che i credenti sono diventati partecipi del trionfo dell'Agnello che pascola e guida il suo gregge alle fonti dell'acqua della vita (v. 17). Per l'israelita il massimo della beatitudine era ritrovarsi davanti a Dio nel suo santuario; la stessa è la condizione degli eletti. E la tenda dell'abitazione di Dio, il tabernacolo celeste è diventata la loro dimora e la loro vita sarà alimentata da una sorgente perenne. Tutte immagini precarie che vogliono ritrarre una realtà inimmaginabile, la sorte dei giusti. In tutti i casi essa sarà di piena felicità spirituale e fisica poiché la presenza di Dio e dell'Agnello è accompagnata dall'assenza di intemperie e di catastrofi.

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