giovedì 21 marzo 2013

Verso la domenica delle palme (mercoledì 20 marzo)

MERCOLEDI’ 20 marzo
Auguri a p.Gimbruno Chitò (nascita, 1950)
Trova il momento e il luogo giusto per MEDITARE sulla II lettura di domenica prossima. Inizia e concludi con le preghiere che trovi a p.2

Seconda Lettura: Filippesi 2,6-11

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso  la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

*** Paolo trascrive in termini più teologici il significato della passione e morte di Cristo, proponendo la contemplazione di uno stupendo inno cristologico. In esso trova eco il valore teologico della sofferenza e della morte di Gesù. Con tutta probabilità Paolo ha trovato nella liturgia questo brano che egli inserisce nella sua lettera per veicolare importanti verità cristologiche.           Due parti compongono l’inno, i vv. 6-8 e 9-11. Nella prima si delinea una progressiva discesa verso un baratro di umiltà che è spoliazione a favore degli uomini; nella seconda una risalita verso la gloria che Dio riconosce e rende manifesta a favore di Gesù. L’avvio presenta Cristo nella sua condizione divina che lo mette in intima relazione con Dio di cui condivide la natura. Viene sottolineata la dimensione divina per aggiungere subito che non è stata conservata gelosamente. Questa idea è affidata alla rara parola arpagmòs che nel significato profano indica qualcosa che viene ritenuto o trattenuto come fonte di vantaggio. Qualcuno lo traduce come «condizione invidiabile» di cui Gesù non approfitta, scegliendo piuttosto la condizione comune degli uomini. Gesù, in quanto Dio, poteva esercitare dignità e potere che gli competevano, cosa che non ha fatto. Dopo la formulazione negativa — quello che Gesù non ha fatto — viene presentata la sua scelta. Il v. 7 inizia per l’appunto con un «ma» avversativo per introdurre la inusitata metodologia adottata da Gesù. Segue il verbo «spogliò se stesso», unico caso dell’uso riflessivo del verbo kenóô. La sua obbedienza fino alla morte di croce è il segno del suo amore. Da questo grande amore viene il riconoscimento di Dio che diventa un riconoscimento cosmico. Il «per questo» del v. 9 caratterizza la partenza della seconda parte che ha per soggetto Dio [il Padre] e per oggetto l’esaltazione di Cristo; questa è espressa con l’uso semitico del «nome» indicante tutta la persona è totale [«nei cieli, sulla terra e sotto terra»] e impiega la citazione di Is 45,23 di cui il profeta si era servito per celebrare il trionfo di Dio. Ormai tra Dio [il Padre] e Cristo si instaura un’intesa perfetta una sintonia divina che il testo esprime con «Signore» [v. 11] e che la teologia posteriore elaborerà nella dottrina trinitaria. Scopo della vita e dell’agire di Cristo è il Padre a cui tutto tende e al quale è indirizzata la breve dossologia conclusiva.

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