martedì 19 febbraio 2013

Verso la II domenica di Quaresima (mercoledì 20 febbraio)

MERCOLEDI’ 20 febbraio

Trova il momento e il luogo giusto per LEGGERE il commento del Vangelo di domenica prossima.
Inizia e concludi con le preghiere che trovi a p.2


Vangelo
Il racconto della trasfigurazione è messo in relazione dai vangeli sinottici con gli annunci della passione, che costituiscono quasi una cornice: «Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, ... esser messo a morte e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22;9,44; Mt 16,21; 17,22; Mc 8,31-9,30) e con le condizioni per il discepolato, che iniziano con l'invito a prendere la croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9,23; Mc 8,34; Mt 16,24). La trasfigurazione diventa così un momento di sosta sul cammino verso la croce e vuol preannunciare la risurrezione intimamente legata alla croce.
Gesù prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, gli stessi discepoli che aveva fatto entrare con lui nella casa di Giairo (Lc 8,51) quando ne aveva risuscitato la figlioletta, e sale sul monte a pregare (Lc 9,28). Mentre prega, si trasforma il suo aspetto (Lc 9,29).
La sottolineatura della preghiera di Gesù è tipica di Luca. Gesù prega al battesimo nel Giordano (Lc 3,21); si ritira in luoghi solitari per pregare dopo aver predicato alle folle e compiuto guarigioni (Lc 5,16): sale sul monte a pregare prima di scegliere i dodici (Lc 6,12); prega da solo dopo la moltiplicazione dei pani (Lc 9,18); mentre sta pregando gli viene chiesto da un discepolo di insegnare loro a pregare, e Gesù insegna il Padre nostro (Lc 11,1); Gesù, infine, prega ed invita a pregare «per non cadere in tentazione» nel momento della prova suprema prima della passione (Lc 40.41.46).
Appena Gesù cambia il proprio aspetto e si trasforma in un essere glorioso, due uomini «parlano con lui». Sono Mosè ed Elia, «apparsi nella loro gloria». La presenza di Mosè ed Elia già nella gloria di Dio avalla quella di Gesù trasfigurato, che, invece, è solo un'anticipazione di quella definitiva. I due profeti parlano con Gesù della sua dipartita, exodos dice il greco, con un preciso riferimento all'episodio fondante la storia di Israele col suo Dio. All'esodo rimanda anche la nube, che guidava il popolo di Israele nel deserto e che avvolge i discepoli (Lc 9,34). La nube è luogo della presenza di Dio, come durante l'esodo. I discepoli avvertono tale presenza ed hanno paura. Il contatto con Dio è al di sopra delle capacità di comprensione umana, provoca un sentimento profondo di sconvolgimento che la Bibbia descrive con il sentimento della paura. In tante chiamate bibliche troviamo premesso l'invito: «non temere», come avviene per esempio per Abramo (Gn 15,1); per Agar (Gen 21,17), per Isacco (Gen 26,24) e che Luca mette in bocca all'angelo che appare a Zaccaria (Lc 1,13) e a Maria (Lc 2,30). Il coraggio di ascoltare le parole di Dio e di rispondere è un dono di Dio stesso, la creatura non riesce a darselo da sola.
Dalla nube esce la voce dal cielo, che riprende le parole della voce dal cielo al Giordano: «Questo è il figlio mio, l'eletto, ascoltatelo» (Lc 9,35; cf. 3,22). Poi tutto torna nella quotidianità: scompaiono Mosè ed Elia, la cui gloria non è ancora visibile per i mortali, si può intravedere, ma non fissare. Infatti l'esclamazione di Pietro di fare le tende per rimanere in quella condizione sono commentate: «egli non sapeva quel che diceva» (Lc 9,33).
Un altro particolare, solo di Luca, è interessante e, oltre al dato della preghiera, avvicina questo racconto a quello della supplica di Gesù nell'orto degli ulivi, prima dell'arresto: si tratta del fatto che «Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (Lc 9,12). Qui i discepoli riescono a stare svegli, là invece si addormentano. La vigilanza non è facile, nemmeno nel momento della consolazione e nel momento del dolore si preferisce non vedere.

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