lunedì 18 febbraio 2013

Verso la II domenica di Quaresima (martedì 19 febbraio)

MARTEDI’ 19 febbraio

Trova il momento e il luogo giusto per LEGGERE i COMMENTI delle letture di domenica prossima.
Inizia e concludi con le preghiere che trovi a p.2


I Lettura
Per Abramo è venuto il momento del dubbio. Dio gli aveva promesso una discendenza che avrebbe abitato sulla terra che il Signore avrebbe donato, ma Abramo è senza figli. Di qui la domanda: «A me non hai dato discendenza, e un mio domestico sarà mio erede» (Gn 15,4).
Il Signore allora rinnova la promessa e la accompagna con gesti di attenzione verso Abramo, perché possa continuare ad avere fiducia, anche se la realizzazione della promessa è differita nel tempo.
Il Signore «lo condusse fuori»: Dio non si limita a dirgli la tua discendenza sarà numerosa come le stelle del cielo, ma lo accompagna lui stesso e gli fa fare un'esperienza che gli rimarrà impressa, molto più delle parole. Dio si comporta, per così dire, come un padre amoroso e sapiente.
La Bibbia, che si regge sul comando dell'imitazione di Dio, «siate santi, perché io sono santo» (Lev 11,44.45; 19,2) ci mostra più volte Dio che compie azioni amorevoli. La tradizione rabbinica ha lavorato molto nello scoprire i gesti di Dio verso le creature raccontati dalla Bibbia, che si devono imitare. Le cosiddette «opere di misericordia» non sono altro che deduzioni dal comportamento divino.
«Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia» (Gn 15,6). Paolo commenta nella lettera ai Romani: «egli ebbe fede, sperando contro ogni speranza; e così divenne padre di molti popoli, come già gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo — aveva circa cento anni — e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli gli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché « gli fu accreditato come giustizia » (Rm 4,18-22). La lettera di Giacomo spiega a sua volta quest'ultima affermazione legandola al sacrificio di Isacco, quando la fiducia di Abramo in Dio si manifesta addirittura nella disponibilità al sacrificio del figlio: «Abramo, nostro padre, non fu giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: «Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio» (Gc 2,21-23).
Dio dopo aver accompagnato Abramo fuori a guardare in cielo - esperienza che si può anche interpretare come un'esperienza mistica - e aver rinnovato la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo, ribadisce la sua identità e la promessa della terra: «Io sono il Signore che ti ha fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese» (Gn 15,7). Abramo, allora, gli chiede un segno: «Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?» (Gn 15,8). Dio gli ordina di preparare gli animali divisi per il sacrificio attraverso i quali passa «un forno fumante e una fiaccola ardente». Dio stesso provvede come segno della sua presenza il fuoco per il sacrificio.
«Mentre il sole stava per tramontare un torpore cadde su Abramo, ed ecco un oscuro terrore lo assalì» (Gn 15,12). L'autore biblico per rendere l'atmosfera in cui si trova immerso Abramo in questo speciale contatto con Dio ricorre alle immagini del «torpore» e del «terrore», sensazioni che indicano la reazione alla presenza divina.
Dopo il sacrificio Dio suggella l'alleanza con queste solenni parole: «Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d'Egitto, al grande fiume l'Eufrate» (Gn 15.18).

II lettura
 Paolo si rivolge ai Filippesi (Fil 3,17) con l'appellativo di fratelli ricordando loro che sono della stessa famiglia spirituale nella quale l'uguaglianza è il segno distintivo. Questo gli permette di introdurre l'esortazione di farsi suoi imitatori senza suscitare irritazione o fraintendimenti. Questa esortazione è strettamente legata all'altra: «fatevi miei imitatori come io sono imitatore di Cristo» (1Cor 11,1). Non si tratta di privilegi, ma di emulare la sua abnegazione, il dono di sé agli altri la disponibilità a soffrire per amore degli altri (1 Tess 1,6; 2,14; cf. 2 Tess 3,7-9). L'imitazione di Cristo si apre all'imitazione di Dio, che consiste nell'amare come Cristo ha amato; «Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi» (Ef 5,1; cf. Fil 2,6-11).
Nei due versetti seguenti Paolo spiega la sua esortazione a imitare lui e quelli che si comportano come lui: Ci sono infatti altri che vanno in tutt'altra direzione e pretendono di essere dei leader della comunità. Essi sono dei veri e propri nemici, non di Paolo, ma della croce di Cristo. Essi cercano se stessi ed il loro piacere, invece di seguire il comando di Gesù di rinnegare se stessi e prendere la propria croce per seguirlo (cf. Mc 8,34; Mt 10,38; 16,24; Lc 9,23; 14,27; Gv 12.26).
Ai nemici della croce di Cristo spetta la perdizione «la nostra patria, invece, — sottolinea Paolo — è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fil 3,20).                                        
Paolo apre uno spiraglio sul mondo avvenire e proclama che noi aspettiamo il salvatore che verrà dal cielo, dove noi abbiamo la nostra definitiva residenza, mentre quella terrestre è solo passeggera. Ora siamo nel tempo dell'attesa: Gesù Cristo è il nostro salvatore, ma dovrà venire «dal cielo» perché godiamo della salvezza definitiva. Il verbo greco che esprime l'attesa dei discepoli si trova 7 volte nel Nuovo Testamento e tutte nella letteratura paolina (Rm 8,19.23.25; 1Cor 1,7; Gal 5,5; Fil 13,20; Eb 9,28). Questo vocabolo esprime l'ardente desiderio dei cristiani della seconda venuta di Cristo. Desiderio assai vivo nelle prime comunità, che pensavano vicino nel tempo il momento in cui la messianicità di Gesù si sarebbe manifestata trasformando il mondo intero, come avevano predetto i profeti, in un mondo di pace e di giustizia. L'attesa è propria degli esseri umani, ma ad essa partecipano anche tutte le altre creature (cf. Rm 8,19-25).
Dopo aver fatto rivolgere lo sguardo alla gloria dei cieli, che diventerà anche dei discepoli che l'attendono con ansia, Paolo esorta di nuovo i fratelli,che ora chiama «carissimi, tanto desiderati, mia gioia e mia corona», a stare saldi nel Signore.

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